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Guadagniamo un anno di vita media ogni tre anni di calendario. Questa è la realtà evidenziata dall’ISTAT relativamente alle statistiche vitali dell’ultimo decennio. All’inizio del Novecento l’attesa di vita era di circa 50 anni, alla fine del secolo ha raggiunto i 77 anni per gli uomini e 83 per le donne. Oggi si parla di 79.4 per gli uomini e 84.5 per le donne. A tale allungamento della vita media hanno contribuito più fattori: sicuramente il miglioramento delle condizioni igieniche e la scoperta di numerosi medicinali che hanno portato ad una evidente riduzione di alcune patologie. Ma non meno importante è stato il miglioramento dell’alimentazione della popolazione generale, con la conseguente scomparsa di condizioni di malnutrizioni come la pellagra, il rachitismo e le distrofie da alimentazione, patologie comuni fino alla metà del XX secolo.
D’altro canto l’allungamento della vita media ha portato come conseguenza una maggiore probabilità di ammalarsi di patologie che riconoscono, nell’avanzare dell’età, il fattore di rischio più importante come le malattie cardio – e celebrovascolari, i tumori, l’artrosi, i disturbi cognitivi e la disabilità, questi ultimi particolarmente legati all’invecchiamento.

Sindrome metabolicaNotevoli sono stati anche i cambiamenti che si sono verificati nella società moderna: l’industrializzazione, l’evoluzione verso attività lavorative con minore livello di attività fisica, la maggiore disponibilità di cibo con la conseguente modifica della proporzione dei vari nutrienti rispetto alle calorie totali: riduzione di proteine e grassi di origine vegetale associata all’incremento di proteine e grassi animali, zuccheri semplici e conseguente riduzione della quantità di fibre e vitamine. Lo squilibrio derivato dall’eccessiva alimentazione e dal ridotto dispendio calorico ha portato al manifestarsi di condizioni e disturbi che compromettono lo stato di salute della popolazione aumentando il rischio morbidità e mortalità. L’esempio più attuale di tale condizione è la Sindrome Metabolica, una condizione caratterizzata dalla contemporanea presenza nello stesso paziente di diversi disordini metabolici ciascuno dei quali è di per sé un noto fattore di rischio cardiovascolare.

La sindrome metabolica fu “scoperta” durante gli anni 50 quando il Diabetologo francese Jean Vague aveva sottolineato la pericolosità dell’obesità androide (grasso accumulato prevalentemente sull’ addome), quale condizione che predispone al diabete nell’adulto. La sindrome metabolica si riassume in una serie di disordini che non danno sintomi visibili, e per questo viene anche chiamata il “nemico silenzioso”.

Durante il Third Report of the National Cholesterol Education Export Panel on Detection, Evaluation and Treatment oh High Blood Cholesterol in Adults è stata elaborata una definizione operativa della Sindrome Metabolica, basata su semplici dati clinici e antropometrici, facilmente impiegabili a scopo epidemiologico sulla popolazione.
Si parla di Sindrome Metabolica quando in uno stesso soggetto si riscontrano 3 o più dei seguenti fattori:
  • Obesità centrale:circonferenza ombelicale >102 cm negli uomini e >88cm nelle donne;

  • Trigliceridi: valore uguale o maggiore di 150mg/dL;

  • Glicemia a digiuno: valore uguale o maggiore di 110mg/dL;

  • Pressione arteriosa: valore minimo uguale o maggiore di 85mm Hg  e massimo uguale o maggiore di 130mm Hg;

  • Ipocolesterolemia HDL: valore minore di 40mg/dL negli uomini e minore di 50mh/dL nelle donne.


Anche se il medico non è in genere alla ricerca della sindrome metabolica, risulta in ogni caso più facile ed intuivo riuscire a diagnosticare tale situazione. Il nostro secolo è quello della Sindrome Metabolica, come testimoniano recenti studi che la danno in ascesa nei paesi industrializzati con una prevalenza del 24% negli adulti sopra i 20 anni e oltre il 30% nei soggetti con più di 50 anni. Le cause di tale elevata incidenza risiedono nella diffusione di abitudini di vita non corrette: aumento del consumo di cibi ricchi in grassi e vita sempre più sedentaria con riduzione dell’attività fisica.

L’inizio della sindrome metabolica viene solitamente indicato quando il soggetto presenta un soprappeso o un accumulo di grasso addominale superiore al valore medio per l’età e il sesso. A quel punto comincia il vero problema, in quanto il sovrappeso e l’eccesso di grasso addominale provocano un aumento della produzione di insulina. L’eccesso di grasso addominale può provocare, inoltre, il “fegato grasso”, cioè lo stato in cui il fegato viene coperto dal grasso e produce fino al 30% in più di glucosio, causando livelli di glicemia elevati a digiuno, spesso fra i 110 e 130 mg/dl, contribuendo cosi allo sviluppo dell’intolleranza glucidica (IGT) e poi del diabete di tipo 2.

Gli obesi sono coinvolti in un giro vizioso in cui l’insulino–resistenza e l’iperinsulinemia possono essere sia il momento facilitante dell’iniziale sovrappeso sia l’aggravante di una spirale soprappeso / insulino–resistenza / iperinsulinemia / obesità / grave obesità.
Gli altri disordini della sindrome metabolica sono conseguenza diretta del sovrappeso o dell’obesità. Basterà solo rompere il ciclo per poter combattere la sindrome: nonostante si possa vivere senza particolari fastidi pur essendo affetti, purtroppo è considerata una bomba ad orologeria.

Trattare uno dei fattori di rischio della sindrome metabolica è già difficile, ma occuparsi di ognuno di essi potrebbe sembrare impossibile; tuttavia i farmaci saranno necessari solo in una certa percentuale dei casi per migliorare gli aspetti più ostici della sindrome. Risulta invece necessario in tutti i pazienti attuare un netto cambiamento dello stile di vita che consiste nello smettere di fumare, nel promuovere l’attività fisica e nel programmare un piano dietetico personalizzato con il fine di migliorare i valori del colesterolo e zucchero ematici.

La base principale dell’alimentazione in questi casi è quindi il controllo sull’indice glicemico degli alimenti, una scoperta di Jenkins, che consiste nel conoscere il comportamento dell’insulina dopo la digestione dei carboidrati, semplici o complessi, di ogni alimento.

In generale in caso di sindrome metabolica un piano dietetico deve seguire le seguenti indicazioni:
  • Non oltrepassare il 50% delle calorie giornaliere da carboidrati. L’ideale in questi tipi di pazienti è assumere il 45% delle calorie totali sotto forma di carboidrati

  • Ridurre il consumo di alimenti con alto indice glicemico (IG)

  • Non combinare in un solo pasto 2 o più cibi con alto IG

  • Ridurre l’apporto di sodio (sale) se il soggetto presenta anche ipertensione

  • Aumentare la quantità di frutta e vegetali consumati durante il giorno

  • Aumentare il consumo di alimenti ricchi di fibre, poiché la fibra aiuta a ridurre i livelli di glicemia

  • Ridurre il consumo di grassi, specialmente quelli saturi (come le fritture)

Queste mosse non solo sono necessarie ma sono oltremodo affidabili e CURATIVE  anche laddove i farmaci non riescono ancora a dare risultati significativi.
Un esempio su tutti vale per la ricerca di un farmaco capace di ridurre i valori ematici di LDL senza ridurre anche le HDL (cosa che tutti gli ipocolesterolemizzanti attuali fanno). Ad oggi, come tra l’altro testimonia uno studio pubblicato recentemente su PubMed, l’unico modo efficace per far aumentare le HDL è camminare. Dopo aver attuato un giusto piano alimentare è bastato far percorrere un gruppo di volontari per 15 giorni una distanza pari a 10 mila passi al giorno per avere una riduzione, nel tempo, delle LDL e un aumento delle HDL ossia del colesterolo “buono”.

È evidente che la ricerca in questo frangente farà passi da gigante ma intanto è bene consigliare un incremento dell’attività fisica che non deve essere intenso come quello svolto degli atleti professionisti, bensì leggero e costante.
Non meno importante anzi primaria è la prevenzione di tale sindrome puntando ai diversi fattori di rischio soprattutto all’obesità; infatti l’attenzione al peso va posta sin dall’infanzia, perché il bambino obeso ha molte più probabilità di essere un adulto obeso. Un peso stabile, quindi, che rientri nei limiti della norma, contribuisce a far vivere meglio e più a lungo.

Dott.ssa Santa Costanzo
Biologa nutrizionista

sannycostanzo@hotmail.it


Bibliografia:
http://www.nhlbi.nih.gov/guidelines/cholesterol/atp3full.pdf
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/
http://www.istat.it/it



Pubblicato il 02 Febbraio 2012 - © Vietata qualsiasi copia non autorizzata
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